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domenica 20 febbraio 2011

(1963) Viaggio nell'Italia che cambia (inchiesta del lunedi, rete Nazionale)

5 puntate dal 4 marzo al 1 aprile



L’Italia incominciò a cambiare e ad assumere la fisionomia che oggi ci mostra, press’a poco negli anni in cui gli italiani incominciavano a compilare la schedina del totocalcio. Ma la coincidenza è del tutto casuale, perché i 26 mila milionari grossi e piccoli, creati in quindici anni dalla Dea bendata in collaborazione col campionato di calcio, […], non hanno alcun rapporto coi mutamenti economici e sociali avvenuti nel nostro Paese durante gli ultimi tre lustri. Il “miracolo italiano”, di cui parlano i più immaginosi cronisti, è la conseguenza niente affatto miracolosa della volontà e dell’iniziativa con cui ci si è sforzati di affrontare certi fondamentali problemi del nostro tempo, in parte comuni a tutti i Paesi in via di sviluppo, in parte propri della nostra società, e originati da errori e trascuratezze di passate classi dirigenti. L’industria, l’intera economia italiana, sono passate nel giro di tre lustri dall’abituale fase dell’improvvisazione ad una fase di organizzazione, hanno applicato mezzi e tecniche nuove, hanno accettato la competizione europea, con tutto quel che segue la fine delle protezioni e delle autarchie. […]
Secolari squilibri stanno lentamente scomparendo, e se la transizione è sempre difficile e talvolta dolorosa, non c’è dubbio che la società italiana stia mutando pelle e sangue. Grandi masse di lavoratori, seguiti a poco a poco dalle loro famiglie, trasmigrano quotidianamente dal Sud al Nord, dalle zone di tradizionale miseria agricola verso il triangolo industriale, e magari verso le fabbriche o le miniere d’oltre confine. Braccianti, mezzadri, piccoli coltivatori abbandonano, appena possono la terra degli avi, con la speranza e l’ambizione, niente affatto impossibili, di diventare operai. L’agricoltura, sempre più povera di braccia, vede sostituirsi l’atavico problema dell’esuberanza di bocche da sfamare con quello della trasformazione agraria: la necessità di sostituire le braccia dell’uomo impone l’uso della macchina, sicchè il podere o la tenuta s’avviano necessariamente sulla strada dell’industria, e chi vi lavora è sempre più operaio e sempre meno zappaterra. Fabbriche nuove piovono dal settentrione alla periferia di popolose e sbandate città meridionali o in lande che le anagrafi sociali indicano come “depresse”. Si rinnova così in alcune zone d’Italia, in termini moderni da civiltà industriale, il clima del Far West: si distribuiscono salari, si apre una crisi degli alloggi, si moltiplicano le automobili e i frigoriferi, cresce il carovita, in un “boom” dagli effetti immediati contrastanti, se non proprio contraddittori, ma destinato a rivoluzionare, col correr degli anni, la vita, le abitudini, la mentalità stessa della collettività interessata.
Sta cambiando anche la vecchia Italia della botteguccia, coll’avanzare del self-service e del supermercato, delle nuove tecniche di produttività commerciale, dei grandi magazzini dove le merci vengono scelte in seguito ad indagini di mercato, preselezionate e “prevedute”, secondo una dizione tipica da “persuasori occulti”. E quali merci? Una complessa rivoluzione è in corso nei consumi, dominati da alcune voci che non solo determinano la politica industriale ma che, per i loro riflessi nell’ambito delle famiglie, determinano anche il modo di vivere degli italiani. […]
L’avvento del supermarket è comunque una delle numerose rivoluzioni in corso di svolgimento nell’Italia che consuma. Una seconda rivoluzione – la prima forse in ordine di tempo – è quella dell’automobile. La motorizzazione degli italiani è il fenomeno più vistoso e determinante del dopoguerra, al quale è legato un fiorire di mestieri e professioni nuove, il moltiplicarsi del turismo, il modificarsi di secolari abitudini degli individui e delle famiglie. Una terza rivoluzione prende il nome dal gas liquido: le minoranze, che vivono nelle grandi città, stentano forse a capire cosa significhi, per gli altri milioni e milioni di connazionali, la fine delle sporche, lente, scomode cucine a carbone o a legna. Quarta rivoluzione: l’avvento degli elettrodomestici, del frigorifero in particolare, la cui diffusione è considerata da molti medici una delle cause di diminuzione della mortalità infantile. L’uso sempre più largo di abiti confezionati da parte degli italiani, e soprattutto da parte delle italiane, può considerarsi a buon diritto una quinta rivoluzione. Rivoluzionaria infine è stata l’apparizione della TV, come mezzo di informazione e di spettacolo, e come nuova arbitra e regolatrice del tempo libero, in particolare delle serate dei grandi e dei piccoli. […]

Ugo Zatterin
(Radiocorriere TV, 3 marzo)

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